RITA SAVAGNONE: «Il pollo al cotto rosa, una mia specialità nata da un infortunio»

«Quando una è brava in cucina sa fare di necessità virtù ed io, sinceramente, mi considero molto brava, tanto è vero che ormai le ricette me le invento. Una delle mie ultime è un risotto inventato, appunto, per necessità, in occasione di una cena di Capodanno. E poiché il 31 dicembre è anche il compleanno di mia nipote Carolina, ho chiamato il piatto “riso alla Carolina”».

Rita Savagnone, attrice di teatro, doppiatrice e da qualche anno pure attrice di fiction che abbiamo vista anche nella serie “I Cesaroni”, su Canale 5, dove è Gabriella, la madre di Elena Sofia Ricci e suocera di Claudio Amendola, che nella vita reale è suo figlio, racconta divertita come è nato questo risotto. «Avevamo organizzato una cena a casa mia e c’erano i miei figli Claudio e Federico, che è musicista e vive a Milano, le loro compagne, i loro figli e altri amici e parenti. Ed avevamo accorpato la festa dell’ultimo dell’anno con i festeggiamenti per il compleanno di Carolina, figlia di Federico».

Una bella faticata, come cena.

«Infatti. Per di più io quel giorno lavoravo, non avevo aiuti per cui mi ero decisa, cosa che non faccio mai, a ordinare la cena a un ristorante che sta vicino casa e fa anche catering. Mi dovevano portare tutto per le sette di sera. Tornando dal lavoro restai bloccata in un ingorgo mostruoso, arrivai dopo le otto. Quelli del ristorante erano venuti puntuali alle sette, non avevano trovato nessuno, e se ne erano andati. Io mi sono ritrovata la sera di San Silvestro, con questa doppia festa, tante persone a cena, senza cena. C’era solo la torta».

Fu presa dal panico?

«Gliel’ho detto: so fare di necessità virtù. Mi sono inventata questo risotto che non solo è piaciuto molto allora, ma i miei nipoti me lo chiedono sempre. Non ho fatto altro che mettere a cuocere del riso integrale con tutto ciò che ho potuto trovare in frigorifero. Ma gli ingredienti possono cambiare all’infinito. Conclusione: la cena fu meravigliosa e questo riso lo consiglio non solo nei momenti di emergenza».

Un’altra sua necessità fatta virtù?

«Quella di fare un dolce molto buono, palermitano, che io conosco bene perché sono di origine palermitana, ed è il gelo di mellone. In Sicilia il cocomero si chiama mellone e si scrive proprio con due elle. Ricordo che per farlo faticai un intero pomeriggio».

Per quale motivo?

«Ora le racconto. Era estate, naturalmente, altrimenti non ci sarebbero stati i cocomeri, e venne a pranzo da me Marina Confalone, un’attrice napoletana molto brava. Si presentò con un cocomero enorme, che, scesa dal taxi, non riusciva a portare e dovetti andare ad aiutarla. Naturalmente ne mangiammo un pezzetto ciascuno e ne restò tanto. Io detesto che si butti la roba da mangiare, non lo sopporto proprio, mi sembra un peccato mortale. Allora il pomeriggio, poiché ero libera, pensai di fare il gelo di mellone. A questo punto cominciò la preparazione non tanto più faticosa, ma più lunga della mia vita perché una volta fatto a pezzi il cocomero c’era da fare il primo filtraggio, poi il secondo e vennero fuori tipo sette otto litri di succo».

Che andava lavorato in qualche modo?

«Certo. Presi un calderone enorme di alluminio e misi il succo dentro. Mi accovacciai alla turca sulla lavatrice che stava accanto al fornello, con a portata di mano libri, giornali, telefono, qualsiasi cosa potesse servirmi per far passare il tempo. Il fuoco sotto il pentolone era debole debole e io, con un gran mestolone di legno, per alcune ore sono stata a girare questo miscuglio rosa. Ne venne fuori una quantità mostruosa. Riempii non so quanti piatti e cominciai a regalarne ai vicini di casa, ai parenti, agli amici, insomma, riuscii a non fare andare nulla sprecato».

A quanto pare riesce sempre a risolvere le situazioni.

«Non proprio. Qualche volta è accaduto anche a me qualche cosa che non ho potuto sistemare. Si tratta di quello che chiamo il pollo al cotto rosa, un piatto che mi piace tantissimo e che è una mia ricetta. La spiegazione del nome viene da ciò che accadde la prima volta che lo feci. Quell’anno ero in compagnia con Mariangela Melato; facevamo “La Fedra” di Jean Racine. Durante la tournée a un certo punto ci trovammo a recitare al Teatro Morlacchi di Perugia. Io in quel periodo avevo una casa vicino Perugia, a Bettona, una casa antica, molto grande. Allora invitai tutta la compagnia dello Stabile di Genova, che produceva lo spettacolo. Eravamo più di una ventina di persone e feci un bellissimo pranzo. In questa casa, che era antica, c’erano dei gradini che portavano alla cucina. Io, venendo dalla cucina con un grande vassoio che conteneva il secondo, ovvero il pollo preparato in precedenza, mentre presentavo il piatto con entusiasmo, inciampai nell’ultimo gradino, il vassoio cadde a terra, si ruppe e il contenuto finì su quel bellissimo pavimento in cotto rosa. Tutti gli astanti, naturalmente, cominciarono a ridere come pazzi, me compresa, si fa per dire, e da allora questo piatto venne chiamato il pollo al cotto rosa. La situazione l’ho risolta, ma facendo un altro pranzo per riproporre il pollo».

 

LE RICETTE DI RITA SAVAGNONE

Riso alla Carolina

Gelo di mellone

Pollo al cotto rosa

LA BIOGRAFIA DI RITA SAVAGNONE

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RITA SAVAGNONE: «Il pollo al cotto rosa, una mia specialità nata da un infortunio»
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RITA SAVAGNONE: «Il pollo al cotto rosa, una mia specialità nata da un infortunio»
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Avevo una casa vicino Perugia, dove invitai tanti colleghi. In questa casa c’erano dei gradini che portavano dalla cucina al giardino. Io, dalla cucina, venivo con un grande vassoio che conteneva il secondo, ovvero il pollo. Mentre presentavo il piatto con entusiasmo, inciampai nell’ultimo gradino, il vassoio cadde a terra, si ruppe e il contenuto finì su quel bellissimo pavimento in cotto rosa.
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Andrea Face