LIVIO BESHIR: «Grazie alla crostata della mia amica Fernanda, mi è venuta la passione per la cucina»

«Il primissimo ricordo di un piatto è inevitabilmente legato alla domenica e all’immancabile timballo di maccheroni di mia nonna, che è sempre stata la vera e propria maestra della cucina in casa».

Chi parla è Livio Beshir, papà americano, mamma italiana, nonna ciociara (ci tiene a precisarlo perché è alla sua origine che attribuisce la bravura culinaria). E una volta precisato ciò, continua il racconto.

«Io andavo ad ascoltare la messa nella chiesa dei cappuccini e dopo, con i miei amici, ci fermavamo al parco che stava lì vicino, e al massimo mezzogiorno e mezza, l’una, a casa, dove c’era l’immancabile timballo di maccheroni di mia nonna. Ricordo che sentivo il profumo del sugo, del ragù, quando uscivo di casa per andare a messa, e che lo risentivo al ritorno, perché il ragù bisogna farlo cuocere per molto tempo e lei cominciava al mattino presto. Il profumo, quando uscivo, proveniva dalla pentola che stava sul fuoco. Al ritorno, invece, dal forno, dove ormai stava cuocendo lo stufato».

Era il piatto di tutte le domeniche?

«Sì a meno che non ci fosse qualche importante festività, per cui venivano a casa ospiti. In quel caso il ragù c’era sempre, ma nonna faceva anche la pasta a mano. E per me è un dolcissimo ricordo».

Di sua nonna o della pasta fatta in casa?

«Soprattutto di mia nonna. Ricordo questi panetti di impasto che dovevano lievitare al caldo, e lei li metteva in posti nascosti per evitare che io e mia cugina andassimo a rubarne dei pezzettini, cosa che ci piaceva molto più per il gusto di rubacchiare che per il sapore. Poi ricordo la spianatoia, per allungare la pasta, e poi l’uscita dalla macchinetta che tagliava per fare le fettuccine. Io giravo la manovella e lei prendeva la pasta».

Quindi aiutava?

«Sì, era un aiuto molto limitato, perché nonna era anche abbastanza gelosa di quello che si faceva in cucina. In pratica l’unica cosa che potevo fare era di girare la manovella. Tanto è vero che non ho imparato a fare la pasta in casa. Il ragù come lo faceva nonna, però, sì».

Sua nonna, quindi, le ha trasmesso la passione per la cucina?

«In verità fino a una decina di anni fa non è che io avessi questa gran passione. Poi c’è stato un episodio che mi ha fatto completamente cambiare».

Ce lo racconta?

«È capitato una decina di anni fa, appunto, in occasione di una cena organizzata per una rimpatriata con ex amici di infanzia. Si stabilì che tutti dovevano preparare qualcosa per questa cena. Io, che fino ad allora, quando andavo ero invitato, ero abituato a portare le solite due bottiglie di vino bianco, in questo caso dovevo risolvere diversamente».

Si rivolse a sua nonna?

«No, mia nonna non c’era più. Chiamai una mia amica, Fernanda, e ci tengo a specificarlo, Fernanda. “Io devo cucinare qualche cosa – le dissi – ma non so proprio cosa e non posso certo fare piatti complicati. Lei, allora, mi illuminò dicendo: “Quello che puoi fare è la crostata di marmellata. È semplicissima”. E mi insegnò a preparare l’impasto. Da allora sono diventato un esperto di crostate, ne faccio di bellissime, buonissime, invidiate da tutti, con la marmellata artigianale di visciole o di arance amare che prendo dai miei vicini di casa. E da quella crostata è partita la passione per la cucina e la pasticceria».

Fernanda, quindi, è stata la sua tutor?

«Sì, e che tutor. Pensi che lei fa la statista, ha a che fare con i numeri, con situazioni che sono l’opposto di quelle in ambito creativo, ma nel fine settimana ha la possibilità di dedicarsi anima e corpo a questi corsi di alta cucina e alta pasticceria. È anche sommelier. E con il suo entusiasmo, è riuscita a trasmettermi questa passione. Ormai non mi sento un cuoco provetto, però mi piace stare in cucina. Quindi grazie a lei e grazie a quella cena, sono diventato un appassionato di arte culinaria e in particolare di pasticceria».

Pietanze non dolci, quindi, non ne prepara?

«Non molte, a parte lo stufato di nonna. In verità sta fiorendo dentro di me la passione per la cucina internazionale, etnica soprattutto».

Come mai?

«Mio padre è di New York, e quando andiamo lì ho la possibilità di mangiare piatti di tutte le cucine del mondo, ma non come accade in Europa, dove, in pratica, si tratta di rivisitazioni. Lì i piatti vengono preparati proprio come nei paesi d’origine. A New York ho mangiato vietnamito, asiatico, thailandese e sono molto affascinato da tutte le spezie, il cumino, il curry».

Quindi cucina quei piatti?

«No, ancora non sono in grado. Sto studiando. L’unica cosa che ho fatto una volta, per una cena tra amici, è stato il pollo al curry, e mi è venuto abbastanza bene. Sì, devo ammetterlo, Fernanda ormai mi ha contaminato e mi ha trasmesso la passione per la cucina. Del resto per me il modo ideale di trascorrere una serata tra amici è stare dentro casa e mangiare insieme ciò che ognuno porta, come quella sera della mia prima crostata».

LE RICETTE DI LIVIO BESHIR

Timballo di maccheroni

Crostata di marmellata

Pollo al curry

LA BIOGRAFIA DI LIVIO BESHIR

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LIVIO BESHIR: «Grazie alla crostata della mia amica Fernanda, mi è venuta la passione per la cucina»
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LIVIO BESHIR: «Grazie alla crostata della mia amica Fernanda, mi è venuta la passione per la cucina»
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Da quando Fernanda mi ha insegnato a fare la crostata, sono diventato un esperto, ne faccio di bellissime, buonissime, invidiate da tutti, con la marmellata artigianale di visciole o di arance amare che prendo dai miei vicini di casa. E da quella crostata è partita la passione per la cucina e la pasticceria».
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Andrea Face