RAIMONDO TODARO: «Mia figlia, quattro anni, ama “rubare” dal mio piatto, specie la carbonara»

«Io ho fatto la scuola alberghiera. Volevo imparare a cucinare, ma contemporaneamente facevo il ballerino. Ho cominciato a danzare a cinque anni ed il ballo, per me, ha sempre costituito la priorità, quindi, quando mi è capitata l’opportunità di fare “Ballando con le stelle” non ci ho pensato due volte, per cui addio scuola alberghiera».

E addio cucina?

«Proprio addio no, ma certo non posso dire di essere diventato uno chef. I primi tempi della carriera, quando non guadagnavo abbastanza, ogni tanto mi mettevo davanti ai fornelli, ma, poiché il mio lavoro mi porta a viaggiare tantissimo, erano più le volte che mangiavo al ristorante. Ed è proprio al ristorante, in pratica, che ho scoperto dei piatti che sono diventati i miei preferiti».

Ad esempio?

«I ravioli con burro e salvia, e naturalmente tanto parmigiano. Li ho scoperti a Bologna, dove ero andato per una gara. Sa, Bologna e Rimini sono le città dove vado più di frequente per le mie gare. Quella era la prima volta, quasi venti anni fa, e per questo la ricordo con un po’ di nostalgia. Una sera, terminata l’esibizione, con alcuni colleghi siamo andati in un ristorante dove, mi ha detto chi lo conosceva, la specialità era costituita proprio dai ravioli con burro e salvia. Naturalmente ho voluto assaggiarli, e ne sono rimasto entusiasta. Per questo ogni tanto me li preparo. Anzi, ad essere sincero, chiedo a mia moglie Francesca di prepararmeli, perché è lei che cucina in casa. Io contribuisco in qualche modo».

Ovvero?

«Beh, mia moglie è anche lei impegnatissima, come ballerina professionista di “Amici”, per cui tempo libero non ce n’è tanto e i ravioli non può farli in casa. Io, quindi, aiuto andando a comprarli nei negozi di pasta fresca».

Un contributo decisivo! Al di là dell’aiuto a sua moglie, lei ama i piatti delicati?

«Gli spaghetti alla carbonara le sembrano delicati? Eppure è un piatto che adoro. Non posso dire che è legato ad un ricordo particolare perché si mangiano dappertutto, dalla Sicilia al Veneto, però ricordo certamente che la prima volta che li ho mangiati a Roma, quando sono venuto a vivere nella capitale, nel 2005, sono rimasto entusiasta. Non c’è niente da fare, a mio parere i piatti romani, carbonara, amatriciana, cacio e pepe, come si cucinano a Roma, non si riesce a cucinarli da nessuna parte».

E gli spaghetti alla carbonara li prepara lei o sua moglie?

«Ogni tanto li preparo io. Vede, a me non dispiace affatto cucinare, però mi piace preparare piatti veloci e poco impegnativi. E questo è uno di quelli. Qui di particolare c’è poco da fare, c’è però chi preferisce la pancetta morbida e l’uovo molto sciolto. A me, invece, piace far diventare bella croccante la pancetta e far rapprendere l’uovo. E così li cucino. Ma in verità spesso li mangio al ristorante, perché, gliel’ho detto, come li fanno i romani non li fa nessuno. E al ristorante mi diverte tanto mia figlia Jasmine, che ha quattro anni e viene sempre a rubare nel mio piatto. Mia moglie ed io, per lei, chiediamo magari la pasta al pomodoro, mentre io ordino la mia carbonara. Ebbene, Jasmine guarda i due piatti e invariabilmente vuole quello di papà».

I ravioli di Bologna, la carbonara di Roma, ma di siciliano?

«Il piatto che mi viene in mente non è tipicamente siciliano, perché si fa dappertutto, l’impepata di cozze, però a me ricorda le vacanze a Catania».

Ma lei non è di Catania?

«Sì, ma quando ero piccolo ci trasferimmo al nord, a Castelnuovo del Garda, in provincia di Verona. Ed in estate, naturalmente, andavamo a trascorrere un po’ di giorni a Catania. Sia per me che per mio fratello Salvatore era bellissimo. Catania ci era rimasta nel cuore, e il mare soprattutto ci mancava molto. Tutti eravamo sempre in spiaggia e ricordo che una volta, avrò avuto tredici anni, a mio padre e mio nonno materno era venuta la fissazione delle carte. Giocavano continuamente a un gioco che si chiama tressette. Tutti i giorni si mettevano sotto l’ombrellone e giocavano. La posta era di mille lire a partita. Mio padre, a mille lire per volta, gli vinse centocinquanta mila lire. A mio nonno dava molto fastidio, non tanto per i soldi, quanto perché era il genero a batterlo. Quindi insisteva, e continuava a perdere. Allora mio padre, per mettere fine alla cosa, decise di spendere tutta la vincita andando a comprare le cozze per fare l’impepata».

 Centocinquanta mila lire di cozze? Ci sembra un bel po’.

«Si, ma a Catania c’era tutta la famiglia e poiché noi dovevamo ripartire e tornare a Castelnuovo, papà trovò il modo di salutare i parenti con questa impepata. E si sa, le famiglie al Sud sono numerose, per cui a tavola eravamo una trentina di persone. Fu una giornata splendida, con tutti i parenti insieme e da allora io, che già mangiavo con piacere l’impepata di cozze, lo considero uno dei miei piatti preferiti».

 

LE RICETTE DI RAIMONDO TODARO

Ravioli con burro e salvia

Spaghetti alla carbonara

Impepata di cozze

LA BIOGRAFIA DI RAIMONDO TODARO

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RAIMONDO TODARO: «Mia figlia, quattro anni, ama "rubare" dal mio piatto, specie la carbonara»
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RAIMONDO TODARO: «Mia figlia, quattro anni, ama "rubare" dal mio piatto, specie la carbonara»
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Al ristorante mia moglie ed io, per lei, chiediamo la pasta al pomodoro, mentre io ordino la mia carbonara. Ebbene, Jasmine guarda i due piatti e invariabilmente vuole quello di papà».
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Andrea Face